Incentivi per miglioramento formazione dottorale

Sviluppo e gap dell'Università.

Premessa

 

Leggo di sovente su quotidiani e riviste dal titolo altisonante,

il riferimento a enti di formazione, di sviluppo, all’università,

ai loro statuti e programmi, ricchi di buone intenzioni e

ridondanti di ottimismo propositivo.

 

Fra gli scopi principali delle loro “grida” figurano la

promozione della cultura, della ricerca, della scienza,

della formazione, la tutela della salute e della sicurezza

dell’uomo, la tutela e la valorizzazione dell'ambiente in cui viviamo, l’innovazione, lo sviluppo industriale,

l’internazionalizzazione, la crescita, il futuro dei giovani, ecc.

 

 

 

Il gap dei giovani

 

Parlando con dirigenti di aziende ascolto e commento

di sovente, argomentazioni molto convincenti e condivise

come, ad esempio, la seguente.

 

Oggi è impossibile che un giovane, il quale entra nella

produzione tecnica o nell’amministrazione di grandi

complessi industriali, sia sempre al corrente dei progressi

della tecnica sia produttiva, sia amministrativa, nonché dei

metodi e sistemi gestionali.

 

La sua competenza, anche se ottima, sarà limitata a quella

o quelle tecniche che gli sono state presentate come le più

moderne nei corsi universitari; ma se un’industria è

veramente in pieno sviluppo, non può accontentarsi di

tecniche che risalgono a venti, quindici, dieci anni fa,

dovendo invece tendere ad applicare le tecniche più nuove

poiché parecchie volte proprio dalla applicazione di queste

ultime vengono decise le sorti dell’industria in questione.

 

Infatti, è noto a chi ha funzioni direttive, che i giovani

neolaureati hanno appreso da docenti che raramente hanno

avuto esperienze significative e dirette; molto difficilmente

essi conoscono la materia di loro insegnamento in

termini effettivi produttivi moderni e concreti.

 

 

 

Il gap dell’Università

 

Infatti, persistono e si fanno sempre più frequenti i giudizi

negativi sulla “capacità” dell’Università a “formare” i giovani.

 

Ciò sia a livello di formazione generale di base che di

conoscenze specifiche e competenze professionali.

 

Confindustria, Camere di Commercio e Unione Industriali, singoli imprenditori o consulenti industriali,

hanno più volte espresso pareri concordi in tal senso.

 

Non solo, leggo di sovente articoli su riviste specializzate,

Atti di convegni di comunità Scientifiche, risultati di ricerche

universitarie, ecc. che hanno in comune una cosa:

la ricchezza di modelli astratti che nulla hanno a che vedere

con la necessità di aiutare a risolvere i problemi concreti

che interessano il mondo “reale” dell’industria, dei servizi e

dell’economia nonché dei giovani e del loro futuro.

 

Quindi, dall’esperienza fin qui raggiunta, trovo che

l’Università è “arroccata” su un pianeta diverso e molto

lontano dal mondo del lavoro reale e che non dà quello che

ci si aspetta e cioè “formare” la base della classe dirigente

dei prossimi anni.

 

 

 

Cosa fare

 

Bisognerà per lo meno esigere che il giovane laureato

abbia l’agilità mentale di comprendere le nuove tecniche

capirne l’interesse, inserirsi in esse, impadronirsene e

capire subito che cosa esse hanno di vantaggioso rispetto

alle tecniche di qualche decennio prima.

 

Deve dimenticare in fretta gli schemi teorici ed obsoleti

appresi sui banchi dell'Università.

 

Proprio per questo deve avere un’abilità mentale dinamica

e abituarsi a non considerare come immodificabili le lezioni

che egli ha ricevuto, non deve credere che le leggi

scientifiche, che i teoremi da lui imparati siano dei dogmi:

deve sapere che sono degli strumenti, il più delle volte

obsoleti, e che devono essere perfezionati.

 

Deve cioè “rimboccarsi le maniche” e lavorare nel concreto.

 

Bisognerà, che aggiornandosi sulla più recenti metodiche

in atto nel proprio paese e all'estero, con la

partecipazione ai congressi di categoria (non a quelli

dell'Università) con lunghi stage, ecc. riesca a capire e

valutare esattamente anche le teorie e soprattutto i metodi

diversi da quelli obsoleti appresi sui banchi dell’Università.

 

Per questo è utile una coscienza metodologica elastica, è

utile comprendere che la nostra stessa conoscenza, cioè la

scienza del nostro decennio, non è la scienza definitiva,

ma è un semplice elemento di uno sviluppo che va molto

al di là di essa.

 

Effettivamente ogni tecnico, manager, ricercatore o

scienziato serio ha sempre contribuito a sostituire vecchie

teorie e a crearne di nuove; perciò, se noi ci rendiamo

conto della non assolutezza delle teorie, siamo in

condizioni più favorevoli per agire su di esse per renderle

più perfette più efficienti, più generali, più lontane

dall’astratto appreso sui banchi di scuola

e più vicine alle esigenze innovative reali.

 

 

 

Conclusioni

 

Il carattere fondamentale che deve essere compreso da

chiunque voglia diventare veramente consapevole che il

proprio lavoro è sempre in simbiosi con la realtà, è,

secondo me, la creatività operativa, il dubbio nel metodo,

l’inventiva, l’ingegno, la riluttanza alla staticità mentale e

all’immobilismo culturale.

 

Deve saper trasformare, sviluppare, sostituire il “vecchio”

con altri metodi che si riveleranno più efficienti di fronte ai

nuovi problemi per le sfide del futuro.

 

In sostanza bisogna, dai docenti (soprattutto) ai discenti,

essere concreti, umili e innovativi.

 

Sauro Amboni

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